Gli eredi

Per fare il tavolo ci vuole il legno, per fare un best seller ci vuole… una buona dose di catastrofismo, una spruzzata di ecologismo e un bel complottone su cui poggiare a riscaldare il tutto. E tu, caro il mio tedescone Wulf Dorn, nel tuo ultimo romanzo “Gli eredi”, ce li hai messi tutti gli ingredienti.

L’incipit è roba forte, da rimanere incollati alle pagine. Un donna fa un incidente. L’ex cognato la raggiunge e dentro il bagagliaio trova la propria figlia uccisa. L’uomo chiama soccorsi e sparisce in una cittadina nelle vicinanze, ed anche tutti gli abitanti spariscono misteriosamente, mentre la donna finisce in un manicomio, dove viene interrogata da un investigatore della polizia e da uno psichiatra.

È così che assistiamo alla ricostruzione dell’accaduto, attraverso il racconto della donna, nel più classico gioco narrativo della sospettata-di-omicidio in cui, fino alla fine, non si sa se sia pazza veramente, o se stia solo giocando a fare la pazza.

Dopo un primo atto pim pum pam, Wulf devo dirtelo, non solo il secondo atto arranca sempre di più, ma il terzo è davvero buttato via. Avevi fretta? Stavi bucando la consegna del manoscritto all’editore? Se è così ti capisco pure, ma lo spiegone finale, ti prego no, quello non dovevi. Il mefitico spiegone finale non dovrebbe essere permesso a nessuno scrittore, se non a fronte di multe salatissime e ritiro della patente narrativa.

Non ti preoccupare, non farò spoiler, non sia mai che per colpa mia qualcuno non lo compri, ma cinque domande devi permettermi di fartele.

1. Per caso sei un appassionato di serie TV?

Te lo chiedo, perché così a naso, mi sa che sei uno di quelli che rimangono incastrati con Netflix. Te lo chiedo perché certe assonanze con “Sense 8” mi è sembrato di ravvisarle, sì quella serie di Lana e Lilly Wachowski e J. Michael Straczynski in cui otto persone sono legate tra di loro in modo misteriosamente telepatico, al punto di condividere le stesse esperienze, fino a formare una specie di entità collettiva.

E di entità collettiva, caro il mio Wulf, sei proprio tu a parlare esplicitamente nel tuo romanzo, quale vero protagonista delle vicende.

«Ecco, certi pesci, come le aringhe, si raggruppano a schiera quando si sentono minacciati» […] «In un momento del genere un pesce non pensa solo a se stesso.» «Un fenomeno del genere si chiama comportamento emergente e serve per la sopravvivenza della specie.»

Questo arrovellarsi sul concetto di “coscienza collettiva” mi ha ricordato un altro tuo collega, Frank Schätzing, che nel suo “Il quinto giorno” narrava proprio della rivolta del mare, sotto forma di coscienza collettiva, contro l’uomo che ha tirato troppo la corda ecologica. “Il quinto giorno” mi ha appassionato, caro il mio Wulf, il tuo romanzo invece mi ha lasciato l’amaro in bocca, un sapore di occasione sprecata.

2. Ma era proprio necessario misurarti con il soprannaturale?

Non è che tutti ci riescano. Lo so che il soprannaturale è un genere che tira parecchio e che puoi farci bei guadagni, ma di solito chi lo padroneggia bene è chi da sempre lo frequenta, mentre il tuo mi è sembrato un tentativo un tantino ruffiano.

3. Mi sa che non hai figli, vero?

Se ce li hai sono davvero fuori dal normale e per questo hai scritto un romanzo sul paranormale. Il tuo assunto di base che i bambini siano buoni e che, se lasciati liberi darebbero vita ad una sorta di Arcadia, di giardino dell’Eden fatto di risolini innocenti e profumati, credo che sia non solo falso, ma anche un tantino datato. Se vuoi poi ti do il contatto di Rousseau su Facebook e vi fate una bella chattata: pure lui aveva la stessa illusione. Basta vederli giocare in gruppo e ti renderai conto che i bambini sono tutto meno che agnellini e che creerebbero società altrettanto feroci, se non di più, di quelle create dagli adulti. Nota mentale: ricordarsi di dare a Wulf il contatto WhatsApp di William Golding, quello de “Il signore delle mosche”, in cui un gruppo di bambini, superstiti di un incidente aereo, creano una società da far rabbrividire Stalin.

4. Ma era proprio necessario esplicitare il tema del romanzo in un dialogo?

Va bene che il lettore-medio-di-best-sellers tende ad essere pigro e vuole essere imboccato, ma caro il mio Wulf stavolta hai esagerato.

Eccolo il brano incriminato, in cui spiattelli il tema.

«Mentre lanciavamo i sassi, mi tornò in mente la scodella del latte» proseguì. «Mi domandavo se fosse possibile far straripare anche il lago, lanciandovi dentro molti sassi. Mio padre rimase molto divertito da questa domanda, e naturalmente aveva la risposta pronta. Aveva sempre una risposta per tutto. ‘Sicuramente tutto quello che facciamo alla natura provoca una reazione’ disse. ‘Il fatto è che non sempre ce ne accorgiamo subito, perché si tratta di eventi di dimensioni diverse rispetto a quelli della nostra esperienza individuale. Il lago è molto più grande della tua ciotola di cereali. Naturalmente il suo livello sale, se ci butti i sassi, ma di pochissimo. Così poco che non te ne rendi nemmeno conto. Ma se tantissime persone lanciassero tantissimi sassi nel lago, e lo facessero per molto tempo, a un certo punto l’acqua supererebbe gli argini. E se non si smettesse, tutto questo bel paesaggio sarebbe inondato. Proprio come è successo a te stamattina a colazione.’» Avvicinò il bicchiere a sé e lo fissò immersa nei pensieri. «Eravamo tantissimi» disse sottovoce. «Troppi. E abbiamo lanciato i sassi nel lago per tanto tempo. E alla fine ne è bastato uno soltanto per provocare un’inondazione. Capisce quello che voglio dire?»

Certo che lo capiamo quello che vuoi dire, caro il mio Wulf, non solo lo capiamo, ma ormai abbiamo anche capito il tema della storia, visto che ce l’hai appena spiattellato in faccia. Ma che si fa così? A questo punto, a noi poveri lettori restano le briciole, perché qualsiasi lettore normodotato si è già fatto una mezza idea, se non anche 3/4, di come andrà a finire la storia.

5. L’hai fatto volontariamente a delineare dei personaggi così glaciali?

Sarà il clima? Sarà che sei tedesco? Saranno questi due stereotipi insieme? Ma fatto sta che sono arrivato alla fine solo per capire come andasse a finire il plot, per confermare le mie ipotesi, rivelatesi tutte vere, il che per una storia basata sulla detection, diciamocela tutta, non è proprio un complimentone. A metà lettura ho affisso un cartello fuori casa: “Cercasi empatia coi personaggi”. Non si è presentato nessuno.

In conclusione, caro il mio Wulf, se una storia lascia il segno solo quando, girata l’ultima pagina, comincia a lavorare sotto forma di domande che si insinuano nei diverticoli intestinali del cervello, il tuo romanzo non posso catalogarlo tra questo tipo di esperienze di lettura, ma c’è un “ma”. C’è gusto anche a bere una gassosa, anche se il piacere svanisce appena la bevanda ha superato le papille gustative. Ecco, “Gli eredi” è come bere una gassosa, non ti rimane nella memoria come un Brunello di Montalcino, ma se ghiacciata e, magari dopo una pietanza salata, fa sempre piacere tracannarne una.

La scena finale splatter, però scusami, non te la perdonerò mai, perché invece che inquietarmi, mi ha fatto ridere e non è bello ridere in chiusura di un thriller. No, non è affatto carino.

Annunci

Il valzer dei tre atti

Ed eccolo il metodo dei metodi per per vincere lo stallo creativo: la teoria dei tre atti.

Grazie alla teoria dei tre atti è possibile avere uno specchietto sempre a portata di mano, da usare in caso di panico del foglio bianco, in qualsiasi fase della creazione.

Ogni narrazione ha una trama, che gli anglofoni chiamano plot.

Che cos’è la trama?

Continue reading “Il valzer dei tre atti”

13 Ragioni per guardare 13

Ciao sono sono io, dal vivo e su Internet. Nessuna replica, nessun bis e stavolta nessuna richiesta. Mangia qualcosa e trova una posizione comoda perché ti sto per raccontare la storia della mia assuefazione a “13”, la serie Netflix ideata da Brian Yorkey su soggetto di Jay Asher, autore del romanzo da cui la serie è tratta. E se stai leggendo queste righe, tu sei una delle 13 ragioni.

Avvertenze per l’uso: la presente recensione è strutturata seguendo l’ordine di messa in onda delle puntate della serie.

Cassetta 1 – L’incipit ti fotte senza scampo

Lato A

Non c’è niente da fare, l’incipit ti incastra. E credo che gran parte della fascinazione di questa serie sia proprio l’incipit. Benvenuto nell’apparente tranquillità di un liceo della provincia americana e gustatatene la deflagrazione che innesca il suicidio dell’adolescente Hannah Baker. Un vetro antiproiettile colpito nell’unico punto esatto.

Clay Jensen, il diverso e sfigato del liceo, che di Hanna era innamorato di un amore che fa male come unghie morsicate, riceve una scatola con 13 audiocassette, in cui spiega i motivi del suicidio. E allacciarsi le cinture di sicurezza, il decollo è appena iniziato. 13 audiocassette. 13 stazioni della via crucis della perdita della speranza.

Lato B

Ma non è che dietro una struttura ad orologeria si nasconda una storia giù vista? Un tantino sì, ma chi se ne frega, ormai sei incastrato.

Cassetta 2 – Il tema è da maneggiare con cura

Continue reading “13 Ragioni per guardare 13”

Il grande dio Pan

Caro il mio Arthur Machen, diciamocelo tra di noi, ché tanto non ci legge nessuno, può capitare di avere dei disturbi sessuali. Non c’è niente da vergognarsi se il tuo, almeno in questo racconto, sia stata l’eiaculazione precoce. Fatti controllare la prostata. Ah sei morto? Ops, gaffe.

Lo so che non ci conosciamo e non è affatto carino da parte mia intrallazzare su tue presunte défaillances sessuali. Please allow me to introduce myself, come canticchiava il buon Mick Jagger, in Sympathy for the Devil. E la citazione pietrarotolante non è a caso, visto che questo tuo racconto è impregnato di puzza di zolfo dell’antico serpente tentatore.

Sono un lettore attualmente invischiato nella letteratura weird e sono inciampato sul tuo racconto Il grande dio Pan dopo aver letto Malpertuis di Jean Ray.

Devo ammetterlo, satanasso del mio Arthur Machen, sai come corteggiarlo un lettore. Incipit come il tuo se ne leggono pochi. Due scienziati più fuori di testa del Dott. Frankenstein e del Dott. Stranamore ubriachi insieme alla festa di fine anno del liceo, che effettuano un esperimento su una giovane donna, per attivarle una parte del cervello in grado di far sparire la barriera tra mondo spirituale e mondo materiale.

Continue reading “Il grande dio Pan”

Malpertuis

Caro il mio Jean Ray, sono giorni che ti scrivo su Facebook, ma non rispondi mai. Mi dicono dalla regia che sei morto nel 1964. E questa me la chiami una scusa? Per te rispondermi dall’al di là non può essere un problema. Sei il capostipite della letteratura weird, giusto? Allora mi aspetto a breve una tua qualche risposta attraverso visioni di fantasmi, crepitii e voci dall’oltretomba. Non fare il difficile. Ho appena letto il tuo Malpertuis, quindi so benissimo che lo sai fare.

Letteratura weird, chi è costei? In inglese weird significa strano. Me l’ha detto Francesco Corigliano, che ho conosciuto in una delle passeggiate nel gruppo di Facebook Leggo Letteratura Contemporanea.

«E ‘sti cazzi», stai pensando dall’al di là, lo percepisco anche senza seduta spiritica. È come un’eco lontana e ctonia.

Era solo per dire che Facebook non è solo gattini, cibo fotografato e bocche a culo di gallina di fronte ad un tramonto, ma esiste una specie di Facebook profondo, al di là delle chiacchiere, che ti consente di scoprire tesori polverosi come il tuo Malpertuis. Ti piacerebbe il Facebook sotterraneo, uh se ti piacerebbe.

Il tuo romanzo è weird non solo per l’argomento, ma anche per la modalità di costruzione del plot, dell’intreccio.

Continue reading “Malpertuis”

I generi

Ciao, in questo post vedremo come possa essere utile, per uscire dal blocco dello scrittore, appoggiarsi ad un genere narrativo.

Ti regalerò anche uno specchietto con una brevissima tassonomia dei generi, in modo che tu possa vederli tutti con un colpo d’occhio.

Nel mio post Il conflitto narrativo, quale motore di ogni narrazione, avevo definito così il conflitto narrativo.

Uno scontro tra ciò che una persona, o il proprio gruppo di appartenenza, desidera e un’istanza interiore, interpersonale o sociale che impedisce la soddisfazione del bisogno, dell’esigenza o dell’obiettivo connessi a tale desiderio.
Fonte: Wikipedia.

Ogni storia è incentrata su un conflitto, che appare sotto forma di domanda all’interno di un tema.

In altro post, Il tema di una storia, avevo differenziato il tema dall’argomento di una storia, descrivendo il tema, come “la morale di una storia” e l’argomento come la catena degli eventi messi uno dietro l’altro, con il risultato della messa-in-narrazione del tema.

Ed è proprio sul tema e sul suo modo di mettersi-in-forma-temporale attraverso il contenuto, che voglio soffermarmi qui, perché lo svolgimento narrativo di un tema non accade mai dal nulla, ma si srotola attraverso tematiche, stili e andamenti codificati, che chiamiamo generi.

Continue reading “I generi”